Pao su Espoarte n° 62

Cover espoarte

In edicola e libreria il nuovo numero.
dicembre 2009 - gennaio 2010
Otto pagine di “shopping before xmas” tra design object, toy e opere d’arte. Eugenio Percossi, artista di copertina, è icona di questo speciale Natale firmato Espoarte. Al via il primo episodio della rubrica “All muscles. divagazioni tra arte e sport”
 
Dstreet, Capitolo 2, a cura di Francesca Di Giorgio e Alberto Mattia Martini:
ricognizione contemporanea tra graffiti-writing e urban art. Special Guest #62: James Kalinda, Nais, Pao e Truly Design

Corrieredellasera.it - "La street art è pubblica, vogliamo creare nella legalità"

Incontro con due graffitari milanesi
«La street art è pubblica, 
vogliamo creare nella legalità»
Ivan Tresoldi: «Le istituzioni non ci ascoltano». Pao Pao: «Io non imbratto, decoro»

MILANO – Per il governo sono diventati anche loro una priorità, tanto che l'esecutivo si appresta a rendere più difficile la vita ai writers. Loro, del resto, non hanno mai goduto di buona reputazione negli ambienti politici. Colpa forse di una certa inflazione che vede all'opera nelle strade sia quelli che potrebbero tranquillamente essere considerati artisti (non a caso, forse, ci fu la presa di posizione di Vittorio Sgarbi in difesa dei graffiti del centro sociale Leoncavallo) sia un esercito di giovani (e meno giovani) che armati di bomboletta spray si limitano a riempire muri e saracinesche di scarabocchi incomprensibili alla maggior parte delle persone. È il loro logo, la loro firma stilizzata, un modo per dire semplicemente: io sono stato qui. Qualcosa, insomma, che di artistico ha davvero poco.

TRA ARTE E PROFESSIONE - Siamo andati ad incontrare due tra i più noti graffitari milanesi, Ivan Tresoldi, 27 anni; e Pao Pao, 30 anni, ormai veterano del settore, famoso per lo stile inconfondibile con cui trasforma i panettoni di cemento messi a protezione di piste ciclabili e isole pedonali in pinguini stilizzati e sorridenti. Abbiamo trascorso una giornata con loro e li abbiamo visti all'opera. «Non sono wrtiter e nemmeno un graffitaro – tiene a precisare Ivan Tresoldi -. La mia casa è la strada, sono nato lo stesso giorno in cui è nato Bob Marley e hanno sparato al Papa. Noi artisti di strada, non abbiamo conflittualità con nessuno. Siamo per la non belligeranza». Eppure il loro passaggio non sempre viene salutato con favore dalle istituzioni e dai cittadini. In particolare, i proprietari dei muri su cui si cimentano a colpi di bomboletta spray o pennerelli indelebili. Ma non sempre è così. Qualche volta i loro lavori arrivano su commissione. «Lavoriamo a progetti condivisi – spiega Tresoldi – ci chiamano anche grandi aziende». Una passione che diventa arte e professione. «Abbiamo fondato Art Kichken e siamo un gruppo di quattro persone che si occupano di mostre, artisti, eventi culturali, con il fine di diffondere l'arte. Una delle nostre missioni è quella di valorizzare al meglio le città con il decoro urbano».

POESIA POPOLARE - Il loro ideale sarebbe creare nella legalità. «Abbiamo proposto progetti al comune, chiedendo spazi su cui lavorare e la risposta sono state solo delle chiacchiere - racconta Ivan -. Noi pensiamo che la street art sia pubblica. Io, Bros e tutti gli altri writers più o meno noti proveniamo dalla strada. Le nostre ribalte sono quelle non convenzionali : i luoghi non deputati come musei o gallerie. Ci sentiamo etnocentrici e non referenziali. E siamo i figli diretti della pop art americana. Stesso embrione. In questo Paese di santi, poeti e navigatori noi portiamo una poesia popolare, così come faceva Pasolini che parlava alla gente. Noi non siamo nei salotti».

LA PRIMA FRASE - Ivan ha iniziato il suo percorso scrivendo sulle saracinesche dei box auto per le strade nel 2003. La sua "poesia d'assalto" doveva per forza uscire dai fogli. E così un bel giorno, ha rotto il ghiaccio nella notte, in una Milano avvolta dalla pioggia. «Ho iniziato a scrivere sui muri, lavorando sulle emozioni delle parole - riprende Ivan - con lo scopo di essere letto e capito da tutti. Non posso dimenticare la prima frase scritta su un muro illegalmente: NOI CHE SI REMA CONTRO LA NOTTE..»

CONFRONTO - Ma in queste ore l'obiettivo del governo è quello di porre un freno al fenomeno. E questo proposito, caldeggiato in maniera particolare dallo stesso premier Silvio Berlusconi, è giunto ovviamente anche alle loro orecchie. «Io non mi nascondo, l'arte è pubblica. Tutti i ragazzini che escono con le bombolette spray e lasciano una tag o scrivono, sono figli della borghesia. Il fenomeno è massificato perché si sente il profumo della trasgressione. E non sono d'accordo con le dichiarazioni di Berlusconi, perché reprimere è un reato. Più volte abbiamo chiesto il confronto con le istituzioni. Ma a Milano, solo Sgarbi ci ha capito. Il problema per le istituzioni è quello di legittimare la controcultura di cui noi siamo portatori».

LA LETTERA - Sicuramente manca una coscienza culturale per comprendere il confine tra lecito e illecito, che spesso può apparire molto incerto. «Non dimenticherò mai una signora anziana di Milano che mi ha scritto una email chiedendomi dopo la cancellazione di una mia poesia, di colorare con le mie frasi i muri o i parapetti senza anima». « Ivan, torna - mi ha scritto quella donna -, la tua poesia mi manca. Dal settimo piano quando mi affacciavo alla finestra le giornate mi sembravano più luminose».

PINGUINI - Ma anche Pao Pao da tempo è finito sotto i riflettori con il suo celebre pinguino nato per caso. Colpa di una libera associazione di idee. Pao Pao, 30 anni, con la barba incolta e l'aria stralunata, si è distinto per aver disegnato animali senz'autorizzazione. Molte le multe, da lui contestate perché «decoravo, non imbrattavo». Ma questa è una favola che farebbe invidia anche ad Ameliè, quella del film. Pao, ex fonico con passato da archivista per Dario Fo e Franca Rame - nel loro archivio multimediale - ha lasciato il teatro, quando ancora era un macchinista alle prime armi per dedicarsi all'arte. Il suo cammino è iniziato con i pinguini stilizzati, ricavati da un fumetto molto goffo. E dal 2001, in un solo anno ha dipinto qualcosa come 100 paracarri. E ha pensato di strappare la città dal grigio con lo spray. Con la passione che è diventata un lavoro. Ma ancora oggi dopo essersi fatto un nome, esce di casa con le sue bombolette spray per dire al mondo che la street art non è vandalismo, ma in taluni casi creatività come la sua. «Imbrattare, significa sporcare e rovinare - dice Pao Pao -. La street art non rovina e non imbratta, ha una sua etica. Se mai abbellisce la città. O cerca di farlo. Perché ha un suo concetto dello spazio pubblico.»

A VISO SCOPERTO - Poco più tardi, usciamo insieme a Pao Pao per dipingere un pinguino sul paracarro. E' un via vai di saluti, nessuno si oppone. Molti curiosi si fermano a guardarlo ammirati. «Non ho il culto della illegalità, - prosegue dopo la performance Pao Pao -. Lavoro a viso scoperto: di giorno, di notte, perché solo gli elementi di rottura portano i veri confronti sociali. Io non ho niente da nascondere. E non mi ritengo un vandalo. Non ho mai imbratto i muri. Ho sempre scelto i paracarri, i muri di periferia, o i muri di vecchie fabbriche, oppure i luoghi grigi sen'anima. Perché l'anima cerco di trasmetterla io».

Ambra Craighero

Corriere della Sera - Gatto, Pao e quei ragazzi del muretto

Corriere della Sera  05/01/08 

LE STORIE: A MILANO
Gatto, Pao e quei ragazzi del muretto
Aveva trasformato in pinguini colorati i panettoni di cemento, ora una sua tela di un metro costa 3mila euro 

MILANO — Il ragazzo del muretto s'è fatto grande. È diventato un artista quotato, lavora in studio e su commissione, ha sviluppato il suo «discorso», fa «solo pezzi legali». Pure il nome di strada è diventato un marchio di qualità. Gatto. «Ho iniziato a dipingere a sedici anni, per gioco. Frequentavo il muretto di piazza san Babila, con gli altri del giro». Gli altri: breakers, skeaters. E writers, come Gatto, la fissa della firma con stile e a ogni costo. Fenomeno clandestino d'importazione, risse per difendere l'onore della crew, inseguimenti stile poliziesco ma anche «movimento artistico giovane e meritocratico, allora». Oggi: Gatto ha 34 anni e il suo mondo «è diventato un sistema», per di più «screditato», dove i ragazzini non li tiene nessuno e i figli di papà sono pure raccomandati. Il sistema tiene dentro i vandali d'amore da Tvb sui monumenti («Non c'è più etica»), le gang sudamericane, gli annoiati e i modaioli, i duri che bestemmiano i venduti e li cancellano dai muri. I venduti, poi, sarebbero i colletti bianchi della bomboletta, gli street artist passati dai tunnel del metrò alle gallerie del centro e di lì alle mostre, ai musei, alle aste. E pure alla tv. Primo lotto in seconda serata: uno Schifano, un Rotella e un Martini, non Arturo ma Rae, padre della old school milanese. Writer d'antan.

Evoluzione d'un fenomeno. Ultimo libro sul «Marketing non convenzionale », pubblicato dal Sole 24 Ore: in copertina, un panettone stradale in cemento trasformato in pinguino. Autore: Pao, 30 anni. Professione? «Bah. Artista, o uno che campa di creatività ». Per quei pinguini da prima pagina, Pao s'è beccato una sfilza di denunce dal 2000 in poi, animali disegnati senz'autorizzazione, multe contestate perché «decoravo, non imbrattavo» mentre per il fisco lavorava in teatro con Dario Fo e Franca Rame. Scenografo in fuga dalla municipale, ha mollato le tournée e ha ascoltato i consigli sul blog: «Coloraci la città, strappala del grigio». La passione è diventata un lavoro. Per lui e molti altri. Stand nelle fiere, uffici e aziende, campagne pubblicitarie. Pao ha pure una linea d'abbigliamento in produzione, complimenti: «La strada è un'ottima scuola, anche meglio delle accademie». Una sua tela, un metro per un metro, vale 3 mila euro. Di pinguini non se ne vedono più. Rimossi o rubati, cimeli da collezione. Le multe sono prescritte. La scena milanese nasce in piazza san Babila. I ragazzi del muretto sono gli adolescenti dei primi Novanta, il sogno americano trasmesso da Videomusic, cultura hip hop da New York. Arte, musica e skateboard con un fuso orario di vent'anni. Le crew, i gruppi, nascono attorno ai migliori. Delta, Tdk, Raptus. Il writing è l'alternativa ai rave party ma illegale uguale. La prima scuola di strada «gira attorno all'evoluzione della lettera».

Le jam (sessioni) di tagging (firme) e bombing (disegni) sono appuntamenti «per chi sta nell'ambiente», non si comunica ancora via email, vale il passaparola. Cavalcavia, aree dismesse, fabbriche di periferia. Il codice, per un popolo pur sempre di fuorilegge, è: si colora il brutto, secondo regole architettoniche e matematiche. Dura poco. Dal 1995, l'élite diventa moda. La new school si mette addosso le griffes e contro i vecchi. Pubblicità e faide. È finita anche questa stagione. Oggi ognuno va per conto suo. Schegge impazzite. O quasi. Le crew di Milano sono una decina. Le più note: Bn, Thp, Tdk, Mpm, acronimi da sciogliere su MySpace, YouTube e Facebook. C'è di tutto. Forum, reportage dalle incursioni in stazione, dritte sui muri senza telecamere. Il Web è la nuova piazza san Babila, i ragazzini comunicano così, doposcuola virtuale prima dell'uscita da guerrieri della notte. «Figli delle periferie e delle famiglie bene, senza distinzioni», dice la polizia. I più s'accontentano del portone vicino casa, gl'irriducibili s'infilano nei mezzanini, conoscono i (pochi rimasti) varchi scoperti, strisciano di vernice i tram nei depositi Atm e i treni Fs sui binari morti. Filmano e fotografano tutto, si appostano il giorno dopo per godersi i vagoni. E se capita scappano, inseguiti dagli agenti di stazione. E se va male le prendono, «ecco gli schiaffi che non ti dà mamma». A questo ragazzo di 23 anni han detto così, ha gli zigomi viola e la faccia gonfia: «Non m'importa, è un rischio che metto in conto. Vuoi mettere l'adrenalina, la sfida». È illegale. «Sì, ma è pure uno schifo che tutti parlino di graffiti quando i problemi veri sono delinquenza, pedofilia, droga. I graffiti sono uno sfogo, una necessità. Il treno, poi, è unico». 

E pericoloso. Questo writer lo sa, conosceva Marco, il quattordicenne che per la tag è stato folgorato da 750 volts nella galleria della metropolitana, nel 2002. Morto. Eppure «non ho mai pensato di smettere». Vuoi mettere l'adrenalina. E quelli che vanno in mostra? «Venduti. E basta». Oppure sono cresciuti, e basta. Come Barry McGee, un idolo nel genere, dal metrò agli altari dell'arte contemporanea. La mostra del 2007 a Milano è stata Street Art, Sweet Art, al Pac. Settantamila visite per graffiti, tele e installazioni di giovani writers. Due tele di Bros e Ozmo hanno chiuso pure la mostra Arte Italiana, a Palazzo Reale. Nella stessa collezione: Gnoli, Serafini, Testori e «la nuova figurazione italiana». La loro. Bros si chiama Daniele, ha 26 anni, è stato denunciato un mese fa in flagranza di reato, le mani sporche di vernice: «Dipingo da dieci anni, prima solo sui muri ora anche su altri supporti». Alla base, «la mia personale ricerca stilistica» che vale una quotazione di 3.2 e un posto tra i cento giovani artisti più promettenti dell'anno. Gionata, alias Ozmo, anni 32: «Ho in città la stessa attitudine surrealista portata in galleria». Ha firmato un mega murale su strada in ricordo di Carlo Giuliani, cita l'irrappresentabile di Carmelo Bene ha alle spalle alcune personali. Rae si è «ritirato dall'attività illegale» nel 2002, l'anno scorso ha venduto 140 quadri, opere da 12 mila euro. E i ragazzini d'oggi? «Scrivono ma non sanno perché, hanno perso la matrice culturale, gli resta quella modaiola. Il risultato è scadente». Ci vediamo tra dieci anni.

Armando Stella 
05 gennaio 2008